What's the story? Incontri Sonori: Gianluca Rovinello

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di Carlo Pisani Massamormile

20/1/2021

 

Sono a casa di Gianluca Rovinello, un musicista napoletano molto poliedrico, l’arpista dei Gatos do Mar ed uno dei pochissimi in Italia ad usare l’arpa al di fuori dei contesti classici. Dal napoletano al portoghese, dal folk al jazz. Una commistione di lingue, suoni e culture racchiuse nella brillante carriera di Rovinello. Scopriamo insieme come nasce l'incredibile passione per la musica e l'arpa, diventati un vero progetto di vita per Gianluca.

 

Com’è nata la passione per la musica?

 

E’ nata dalla chitarra. Nasco chitarrista e, come tutti i ragazzi adolescenti, amavo il rock e suonavo in alcune band. I miei miti erano i Dire Straits ed i Pink Floyd. Sono stato in giro per l’Europa a lavorare dopo i 18 anni e poi mi sono ristabilito a Napoli a 24 anni.

 

E come mai sei passato dalla chitarra all’arpa?

 

In Irlanda avevo conosciuto l’arpa. A Napoli ero entrato a far parte di un gruppo di musica irlandese, era il periodo di Tolkien e andava molto di moda, entrai in questo gruppo come chitarrista nel 2002. Il gruppo si chiamava Eala (“cigno” in irlandese). E mi appassionai all’arpa, ma in quei tempi non c’erano insegnanti privati di arpa e l’arpa era uno strumento molto costoso. Allora mi iscrissi al Conservatorio di Napoli quasi per gioco e trovai una splendida insegnante, Mariarosaria Vanacore, che mi fece innamorare dell'arpa classica e che mi ha seguito per 10 anni fino al diploma.

 

Quali sono state le tue esperienze da arpista classico?

 

L’arpa classica mi ha insegnato tantissimo, ho girato il mondo; sono stato in Cina con l’orchestra S.Giovanni, che mi ha fatto capire che significa far parte di un ingranaggio. Ma io ho una personalità da prima donna, per cui stare in orchestra non mi ha soddisfatto più di tanto; difatti l’arpa in un’orchestra viene relegata a pochi momenti, e quindi ho capito che il mio mondo non era quello. A me è sempre piaciuto anche scrivere musica e quindi mi sono ritagliato uno spazio più adatto a me.

 

Mi hai detto che componi anche brani musicali?

 

Io ho iniziato a comporre musica a 12 anni e scrivevo canzoni pop molto semplici. Ho attraversato tutte le fasi della mia crescita, ho composto dal classico al jazz, cortometraggi, ho lavorato per il teatro con registi some Carpentieri e Claudio Di Palma, fino ad arrivare ai miei dischi con i Gatos do Mar e con l’altro complesso con cui suono: “Grass ‘n wood”.

 

Parlaci del progetto dei Gatos do Mar.

 

I Gatos sono nati nel 2012 in un momento in cui, finito il Conservatorio, mi stavo dedicando agli studi di jazz e cercavo un progetto per mettere a frutto questo nuovo mondo: il jazz, la bossanova, il samba, il blues,generi che fino a quel momento non avevo mai sentito sull’arpa. Quindi volevo creare una sonorità inesplorata. Conobbi nel 2012 la splendida voce di Annalisa Madonna e fu subito amore a prima vista. Per i primi cinque anni eravamo un duo nell’album “La zattera”, uscito nel 2015 con un discreto successo, facendo diversi concerti in tutt’Italia. E’ un album di esplorazione perchè tocca vari generi diversi (blues, samba, ballata, ecc.). Poi è entrato nel gruppo Pasquale Benincasa, il percussionista, che ha dato un’ulteriore grinta al nostro progetto non solo per il ritmo, ma anche per tutti i colori e la sonorità che hanno allargato il nostro universo sonoro. Dopo due anni dal suo ingresso è uscito il secondo disco “La sindrome di Wanderlust”. La sindrome di Wanderlust è una malattia che ti obbliga a stare sempre in viaggio; appena ti fermi senti la necessità di viaggiare. Noi musicalmente siamo sempre in cerca di nuove sonorità e sempre alla ricerca di nuove sperimentazioni.

 

Come si può definire il genere musicale dei Gatos do Mar?

 

La risposta è che non lo sappiamo nemmeno noi. Tanti giornalisti l’hanno definita in maniera diversa; comunque si tratta di musica leggera. Alcuni hanno detto che si tratta di musica folk, altri parlano di jazz; un giornalista del Mattino ha detto che facciamo world music (musica globale). Oggigiorno è molto difficile catalogare un artista con un’etichetta che sia folk, blues o jazz. Noi abbiamo vari tipi di sonorità e facciamo anche brani napoletani, ma anche in altre lingue: spagnolo, inglese, francese, portoghese, creolo.

 

Come stai affrontando la crisi del settore dello spettacolo?

 

Noi musicisti abbiamo bisogno di suonare davanti ad un pubblico, senza concerti è difficile fare musica. E’ difficile anche pensare ad un nuovo disco o a nuove idee. Di certo ho cercato di reagire: avevo già un album pronto in uscita, un lavoro chiuso per marzo ed uscito a settembre con i Grass ‘n wood con etichetta giapponese con sede ad Osaka. Abbiamo fatto dei concerti web, dei live streaming, ma attendiamo la fine della pandemia per proporlo dal vivo. Durante il primo lockdown ho fatto anche molti videoclip, ma ora sinceramente mi sono un po’ annoiato di questa situazione.

 

Quali sono i tuoi nuovi progetti per il 2021?

 

Sto lavorando con un producer su un progetto elettronico su mie composizioni, per spingere l’arpa ancora più lontano a livello di sperimentazione e di ricerca. Spero quanto prima di farvi ascoltare qualcosa. Grazie Carlo a te ed a tutta la redazione di Hermes Magazine per questa bella chiacchierata