Napoli: riaffiora un tratto di pavimentazione in opus spicatum

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di Selene Sovilla

13/12/2020

La nostra preziosa penisola italica, si sa, è uno dei territori più ricchi di storia e di passato, di frammenti sopravvissuti al tempo e che ancora oggi abbiamo l’onore di ammirare ovunque nella nostra quotidianità. E Napoli, città del sole e del mare per eccellenza, ne è senza dubbio uno degli esempi più straordinari.

 

Abitata originariamente da un gruppo di navigatori Rodiesi, giunti sulle sue coste intorno all’800 a.C., dal 680 a.C. venne ampliata e trasformata da alcuni coloni greci di Cuma. In quell’epoca, la città si estendeva dalla piccola isola di Megaride, dove oggi sorge il Castel dell’Ovo, alla collina di Monte Echia (Pizzofalcone); fu negli stessi anni che prese il nome di “Parthenope”, la sirena il cui canto non venne udito da Ulise, e la cui leggenda narra essere stata trascinata dalle onde fino alla spiaggia di Megaride. Ma la fondazione ufficiale di Napoli è attesta al 475 a.C., quando i Greci, dopo la loro definitiva vittoria contro gli Etruschi e la riconferma della loro egemonia sulla penisola meridionale, ripopolarono il vecchio borgo chiamato Palepolis (“città vecchia”) e ad est diedero vita ad una “città nuova”, sotto appunto il nome Neapolis. Dal III secolo a.C. Napoli divenne successivamente territorio romano, fino alla caduta dell’Impero nel 476 d.C., quando l’ultimo imperatore Romolo Augustolo fu deposto dal trono ed esiliato proprio sull’isola di Megaride. Dopodiché vennero i Goti, i Bizantini, i Normanni, gli Svevi, gli Angioini, gli Aragonesi, il vicereame spagnolo ed infine i Borboni, fondatori del Regno delle Due Sicilie.

 

Una città dunque dalla storia millenaria e variegata, protagonista di vicissitudini caleidoscopiche che hanno permesso la creazione di una cultura e di una tradizione tanto unica quanto rara.

 

Fu così che Napoli crebbe verso l’alto, un’epoca sopra all’altra, fino ad oggi. Ed è in realtà la stessa storia a venirci in contro e a farsi trovare, attraverso le incalcolabili scoperte archeologiche che nei secoli ci hanno permesso di scrivere e riscrivere la storia, in Italia come nel mondo, ognuna inestimabile nella sua unicità. Così come è avvenuto pochi mesi fa proprio a Napoli, Giugno 2020, in vico San Nicola a Nilo nel quartiere San Lorenzo e a pochi passi da Piazzetta Nilo, dove la conduzione di alcuni lavori stradali ha fatto riaffiorare, sottostante il basolato in pietra lavica vesuviana, un tratto di pavimentazione in opus spicatum, oltre ad una sezione di parete in opus reticulatum – una tecnica edilizia romana di muratura tramite piccoli blocchi di pietra. Una scoperta che può forse sembrare banale, comune, ma che ci riporta indietro nel tempo e che ci permette di raccogliere sempre più informazioni e dettagli sulla vita dell’epoca.

 

Ma cos’è l’opus spicatum?

 

Detto anche “opera spicata”, è un tipo di pavimentazione stradale nato in epoca romana e composto da laterizi posizionati a spina di pesce, ad un angolo di 45°. Tale collocazione sembra aver avuto origine nelle vallate fluviali, dato che la sua disposizione permetteva maggiore agevolezza e forniva inoltre migliore stabilità strutturale, soprattutto in eventualità di movimenti sistemi. Nelle epoche successive, l’opus spicatum divenne una tecnica soprattutto decorativa e ne sono stati ritrovati esempi in tutta Italia, come nelle grotte di Catullo a Sirmione, nella zona archeologica dell’antica Marsala, nella Villa Adriana a Tivoli e nei centri storici di diverse città.

 

Non è purtroppo ancora chiara la datazione effettiva del ritrovamento partenopeo, ma si crede che la pavimentazione appartenga in realtà ad epoca rinascimentale, considerato soprattutto il largo utilizzo dell'opera spicata nel centro cittadino tra il ‘400 e il ‘500, prima della generale ripavimentazione in basalto.

 

Fonte dell'immagine: Il Mattino

 

Piazzetta Nilo

 

Piazzetta Nilo, altro nome di Largo Corpo di Napoli, è tuttavia già ospitante un’altra opera estremamente preziosa: la Statua del Dio Nilo, databile tra il II e III secolo d.C., posizionata all’angolo della strada e poggiata su di un basamento in piperno del 1657. In epoca greco-romana, il quartiere era intensamente abitata da egiziani, in particolar modo provenienti da Alessandria d’Egitto, i quali avevano scelto la zona proprio per la presenza di un piccolo fiume, ora scomparso, che ricordava loro l’amato Nilo. La statua fu creata all’epoca proprio in onore del celeberrimo fiume egizio, da sempre percepito come portatore di benessere e di prosperità. L’opera, nei secoli, ha purtroppo subito una serie di sfortunate vicissitudini, tra furti, danneggiamenti e la perdita della testa in età ancora antica. Quest’ultima fu ritrovata in Austria solamente nel 2013 dal Nucleo Tutela Patrimonio Artistico dei Carabinieri e successivamente restaurata nel 2014 dal "Comitato per il Restauro della Statua del Corpo" di Napoli, grazie alla raccolta fondi di 16 esercizi commerciali, 1060 cittadini ed enti pubblici. Dopo la presentazione al pubblico, la statua è potuta tornare a vegliare sul quartiere nella sua interezza.

 

Fonte dell'immagine: famedisud.it

 

Oggi

 

Secondo alcune testimonianze recenti del giornalista Antonio Corradini, sembra purtroppo che la zona di ritrovamento dell’opus spicatum sia stata transennata e abbandonata a sé stessa, senza alcun indizio di proseguimento dei lavori, e rapidamente scivolata nella più completa incuria.

 

Anche Giuseppe Serroni, presidente dell’Associazione “I Sedili di Napoli”, gruppo finalizzato alla valorizzazione dei beni d’interesse tradizionale, storico ed artistico di Napoli, ha dimostrato il suo disappunto, commentando tramite Corradini come la scoperta sia “Una preziosa testimonianza della Napoli medievale che non sembra destare troppo interesse. Si potrebbe pensare di rivestire il sito con una piattaforma trasparente allo scopo di preservarne l’integrità e allo stesso tempo valorizzare l’intero vicolo, il quale, lo ricordiamo, accoglie anche il Presepe Volante di Riccardo Dalisi, una serie di lampade/sculture ormai dimenticate ma dal forte valore simbolico che furono realizzate nel 2009 nelle botteghe di Rua Catalana”.

 

È dunque ogni giorno più chiaro come siano ormai troppo i preziosi rinvenimenti archeologici nazionali sempre più frequentemente trascurati, abbandonati o dimenticati alla merce delle intemperie e del prossimo. È necessario agire quanto prima, nell’interesse dell’enorme valore culturale e artistico del nostro paese, nel rispetto della storia e della nostra antichità da cui tutti proveniamo, e senza mai dare per scontato l’inestimabile pregio di ciò che ci circonda – e che spesso dimentichiamo di ricordare.