Ezio Bosso: ciò che rimane di un uomo di musica e sorrisi

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di Martina Guaccio

15/5/2020

Rain in your black eyes. Negli occhi di tutta Italia. Ci lascia Ezio Bosso, noto pianista, direttore d’orchestra e divulgatore. 48 intensi anni, fatti di musica, entusiasmo, voglia di riscatto e sorrisi.

 

Sì, perché la sua vita è stata una continua lotta contro i pregiudizi: “Da bambino ho lottato col fatto che un povero non può fare il direttore d’orchestra - perché il figlio di un operaio deve fare l’operaio -  così è stato detto a mio padre”. La prima battaglia l’ha vinta con il talento, lo studio, la determinazione che l’hanno da sempre contraddistinto e che gli hanno permesso di debuttare a soli 16 anni come pianista solista in Francia. Da lì, un’escalation di traguardi, passando da un’orchestra all’altra, in Europa e nel mondo, dapprima come pianista e poi come direttore d’orchestra, arricchendo sempre più la sua lista di collaborazioni con importanti istituzioni musicali: Royal Festival Hall di Londra, Sidney Opera House, fino ai prestigiosi teatri italiani, tra cui La Fenice di Venezia, il teatro comunale di Bologna e il San Carlo di Napoli.

 

 

La sua battaglia

 

 

2011, altra battaglia, altro pregiudizio, altro riscatto: costretto ad operarsi per un tumore al cervello, il destino lo pone di fronte a quella che, erroneamente dai media, è stata a lungo definita SLA, successivamente identificata come una non meglio precisata malattia neurodegenerativa. Bosso non si ferma e nel 2015 ricomincia la sua attività concertistica. L’anno successivo sarà quello che lo porterà al grande pubblico, grazie ad una memorabile ed emozionante esibizione sul palco del Festival di Sanremo con Unconditioned, Following a Bird. Ecco, il pregiudizio. Bosso lo sa che al pubblico arriva prima la sua malattia e poi la sua musica, ma sa anche che il potere di quest’ultima è inarrestabile, arriva al cuore, certo accompagnato dai suoi sorrisi, dalle sue parole e dai suoi movimenti poco lineari, ma arriva ed è ciò che rimane. Non è un caso che nel 2016 esca una sua antologia And The things that remain, una raccolta che rappresenta un piccolo viaggio nel tempo di Ezio, in quei dieci anni di vita e registrazioni. Unconditioned, Following a Bird, Rain in your black eyes e Grains (Hailstorm) evocano tutte elementi meteorologici come la pioggia e la grandine. Riguardo quest’ultima, Bosso affermava: “E’ l’elemento più devastante che esista e anche più assurdo, è davvero il cielo che cade sulla terra, come raccontavano i celti. Si ha paura della grandine, il suo rumore violento e la sua imponenza vengono accostati dai più a dolori lancinanti e profondi. Ezio partecipa alla realizzazione di questa raccolta in orchestra, in quartetto, come direttore, organista e, ovviamente, come pianista.

 

Oggi, riascoltando d’un fiato And the things that remains, riecheggia quel pensiero, quella domanda che a un certo punto ci poniamo tutti, inevitabilmente: “Cosa resta di tutto alla fine, cosa resta dopo? Cosa rimane di noi e cosa ci è rimasto?

Di Ezio rimane la sua schiettezza degli ultimi tempi nel supplicare il pubblico a non chiedergli più di suonare al pianoforte: “Non sapete la sofferenza che mi provoca questo, perché non posso, ho due dita che non rispondono più bene e non posso dare alla musica abbastanza. E quando saprò di non riuscire più a gestire un'orchestra, smetterò anche di dirigere”;

Rimane la sua profonda fede nella musica, considerata un bene primario dell’uomo, “Non è la musica ad aver bisogno di noi. Siamo noi, il Paese, la società, ad aver bisogno di lei”;

Rimane il suo essere persona e non personaggio, la sua voglia di lottare, di riscattarsi. Rimangono il suo ottimismo, i suoi sorrisi, la sua musica.

Rain in your black eyes è la pioggerella di primavera che oggi inonda l’Italia, è il ricordo commosso di chi lo conosceva, chi l’ha ascoltato e chi l’ascolta ancora. “Mentre scrivo penso ancora, e ancora, a quelle cose che restano e realizzo che le registrazioni, i dischi sono proprio una di quelle cose che restano. È spesso ciò che resta del suono, dell’idea, del tocco e soprattutto di un momento preciso della vita di un musicista. Sono quelle fotografie.