50 anni di Let it be: 12 brani, 12 segni di una crisi imminente

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di Martina Guaccio

15/5/2020

Il 10 aprile 1970 Paul McCartney annunciò che i Fab four non esistevano più. Niente più John, Paul, George e Ringo. Niente più Beatles. Di quel periodo, oltre che la disperazione, lo sgomento e l’incredulità di milioni di fan urlanti, rimane un film documentario, Let it be – Un giorno con i Beatles, che testimonia l’ultimo vero live del gruppo sul tetto della Apple Records, ma soprattutto un album capolavoro, che decreta ufficialmente la fine della decennale carriera dei Fab four.

50 anni fa, per la precisione l’8 maggio 1970 l’etichetta Apple Records rilascia Let It Be, dodicesimo ed ultimo lavoro in studio dei Beatles. Si tratta di un vero e proprio album postumo, prodotto e confezionato a ridosso del più grande scioglimento di tutti i tempi.

 

L’album raccoglie brani composti tra il ’68 e il ’70 e racconta, inconsapevolmente, tutte le sfumature di una crisi interna, lenta e progressiva. I Beatles, infatti, erano notoriamente ai ferri corti da lungo tempo, complici la morte dello storico manager Brian Epstein, le innumerevoli controversie legali e finanziarie, i frequenti scontri interni e la voglia di intraprendere carriere soliste. L’indissolubile duo Lennon-McCartney si rivelò negli anni un concentrato di insofferenza e provocazione ed ha inevitabilmente compromesso la sopravvivenza del gruppo. 

 

Ma ora, prendiamo il 45 giri, mettiamolo sul piatto del giradischi, posizioniamo la puntina sul solco del vinile e lasciamoci trasportare dall’ultimo racconto dei Beatles: Let it be, 12 brani, 12 aneddoti di una crisi.

1. Two of us: l’apparente semplicità e spensieratezza del brano composto da Paul cela in realtà un’approfondita analisi più che del rapporto tra l’autore e la moglie Linda, di quello tra Lennon e McCartney. “Chasing papers”(inseguire le carte) e “Going nowhere” (non concludere niente) potrebbero essere riconducibili ai problemi contrattuali che divennero vere e proprie dispute legali tra i due dopo la registrazione dell’album.

 

2. Dig a pony: celebra la morte dei vecchi valori e tabù. La versione presente nell’album è tratta dall’ultimo live dei Beatles sul tetto della Apple Records, testimonianza dell’ultima ritrovata compattezza e unione del gruppo.

 

3. Across the universe: composta da Lennon nel febbraio ’68, registrata disordinatamente e più volte dallo stesso, è stata ampiamente criticata da McCartney, il quale non ne ha mai compreso la profondità attribuitagli dall’autore. Gli acidi e le droghe sovrastavano le precisioni tecniche, tanto che, durante la registrazione, Lennon invitò due ammiratrici, che da giorni facevano da sentinella fuori gli studi di registrazione di Abbey Road, per fare i cori.

 

4. I Me Mine: incisa la prima volta nel gennaio 1970, racconta di quanto Harrison, autore del brano, fosse stanco della condiscendenza di Paul e dei tradimenti di John nei confronti del gruppo con i suoi progetti solisti. Il titolo è la sintesi dell’egoismo che dominava il gruppo.

 

5. Dig it: è un riempitivo, un frammento di 50 secondi di un pezzo scritto solo a metà da Lennon e improvvisato per 20 minuti in studio.

 

6. Let it be: brano che dà il titolo all’album, evidenzia il malessere di McCartney, le tensioni del gruppo e la sua insofferenza nei confronti del sarcasmo provocatorio di Lennon. La canzone parla di un sogno dell’autore, in cui appare Mother Mary, da molti intesa come la Vergine Maria, in realtà madre di Paul che lo rassicura e tranquillizza, invitandolo a “lasciare che le cose vadano come devono andare”. Lennon ha da sempre rifiutato l’ispirazione cattolica cui ambiva la canzone e non nascose mai il suo fastidio: “Dovremmo ridacchiare durante l’assolo?”. In modo provocatorio, John, in studio con il produttore Phil Spector, decise di inserire Let it Be tra due canzoni in particolare, una infantile e poco seria (Dig it) e un’altra scurrile (Maggie Mae).

 

7. Maggie Mae: è la dedica scanzonata ad una prostituta di Liverpool. Era una vecchio pezzo “di riscaldamento” prima delle esibizioni live.

 

8. I’ve got a feeling: è la fusione di due canzoni completate solo a metà, scritta a quattro mani dal duo Lennon/McCartney, unendo il profondo interesse di Paul per la sua vita domestica condivisa con Linda alla convinzione di John, ma soprattutto di Yoko Ono, che tutta l’arte è inevitabilmente autoreferenziata. La versione dell’album è, come per Dig a Pony, quella tratta dall’ultimo live dei Beatles.

 

9. The One After 909: in controtendenza con il resto dell’album, questo brano è stato provato per la prima volta nel 1963 e ricorda l’entusiasmo agli inizi dell’amicizia tra John e Paul.

 

10. The Long and Winding Road: composta da Paul nel gennaio ‘69, inizialmente destinato ad altri interpreti, rimase nella forma grezza fino all’anno in cui fu ripreso nella produzione da Spector e Lennon. Paul non sapeva della preparazione dell’album e quando ascoltò il suo brano prodotto e confezionato non da lui si infuriò, ma non riuscì a impedirne l’uscita e, dopo essersi assicurato che il suo primo album da solista sarebbe stato pubblicato prima di Let it be, annunciò l’uscita dal gruppo. Oggi riascoltandola, sembra proprio essere la degna e malinconica conclusione dei Beatles.

 

11. For you blue: composta e registrata da Harrison tra Two of us e Let it be, sembra quasi passare in secondo piano, nonostante la dolce dedica d’amore a sua moglie Pattie Boyd.

 

12. Get Back: composta da Paul, di ispirazione country blues, è una evidente satira del razzismo:

Non mi stanno bene i pakistani che portano via tutto il lavoro alla gente/ tornate al posto dal quale siete venuti”. Lennon affermò che ogni volta che McCartney cantava questa frase, guardava significativamente Ono.

 

 

La puntina si alza, la leva del giradischi ritorna alla sua consueta posizione, non resta altro che inserire il vinile nella copertina. Il racconto di Let it be è giunto al termine, ha compiuto 50 anni, ma se li porta ancora bene.