Tra spazio e attese: Lucio Fontana, il fondatore dello spazialismo

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di Lisa Egman

2/4/2021

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Fonte foto: Frammenti Rivista

Tutti ci siamo stupiti davanti ai tagli nelle tele di Lucio Fontana. Molti di noi probabilmente avranno provato delusione, si saranno innervositi, avranno pensato “avrei potuto farlo anche io!” e molti altri avranno pensato “questo artista è un genio!

Qualsiasi sia stato il pensiero formulato, è sempre interessante e curioso andare a cercare le ragioni e le origini delle opere di Fontana. Come si è arrivati ai tagli nelle tele e allo spazialismo?

Lucio Fontana nacque a Rosario, in Argentina, nel 1899. Figlio dello scultore italiano Luigi Fontana e di madre argentina, la sua attività artistica ebbe inizio proprio nello studio del padre e dell’amico Scarabelli. Trasferitosi poi in Italia per gli studi, diventò allievo di Adolfo Wildt. Fontana sentiva però l’esigenza di creare qualcosa di nuovo, intraprendere una strada propria. Per una reazione violenta gettò del catrame su una scultura raffigurante un uomo seduto, dando così vita ad una delle sue prime importanti opere, L’uomo nero (1930).

La strada per lo spazialismo è ancora lunga: Fontana prima realizza ceramiche molto colorate, conosce le avanguardie milanesi e la scapigliatura lombarda. Pian piano si avvicina alla bidimensionalità e a forme sempre più rarefatte. Nel 1940 l’artista torna in Argentina, dove scrive il Manifiesto Blanco. Tale manifesto chiede il superamento delle forme di arte classiche a favore di un’arte che lui stesso definisce “in accordo con le esigenze dello spirito nuovo”.

Solo nel 1947 appare il Primo Manifesto dello Spazialismo, scritto da Fontana insieme all’artista Beniamino Joppolo, al critico d’arte Giorgio Kaisserlian e alla scrittrice, giornalista ed artista Milena Milani. Il Manifesto esprime la convinzione che l’arte non possa non continuare a evolversi diventando immagine universale, pura, aerea. Nel 1951 segue un nuovo Manifesto, stavolta tecnico, dove vengono delineati i concetti della nuova estetica, composta da forme, colori e soprattutto spazi. Un terzo manifesto del 1952 viene poi dedicato alla televisione, apprezzata dagli spazialisti come mezzo integrativo dei concetti esplicitati precedentemente.

Ai pittori spazialisti non importa l’immagine pittorica, ma desiderano affrontare la percezione dello spazio come somma di tempo, direzione, suono, luce: tutti elementi che sono in relazione con la tela. Lo spazialismo trova la sua affermazione finale nelle tele di che Fontana taglia, creando finalmente un continuum tra spazio e tempo.

Le tele diventano quindi protagoniste - e scandalizzano pubblico e critica: monocrome, recise da coltelli o lame di rasoio, formano un Concetto spaziale dove ombre e luci si intersecano, compiendosi in una Attesa (o attese a seconda del numero di tagli). Un’attesa sempre serena, come ammise l’artista stesso, dichiarando che i tagli nelle tele gli donavano tranquillità.

Fontana è stato in grado di andare oltre le regole artistiche, di utilizzare le tele stesse come forma d’arte in rapporto con lo spazio e la luce reale. L’innovazione e il genio dell’artista stanno nel superamento della pittura e della scultura come due espressioni artistiche separate e nella fusione dell’arte con lo spazio in cui si trova. E a questo punto, è proprio impossibile dire “avrei potuto farlo anche io”. Perchè dietro a un semplice taglio c'è un concetto, un mix di studio, tecnica, sperimentazione e coraggio. E questo, sì, lo rende un genio.