La Primavera del Botticelli, la Natura come fonte di vita

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di Arianna Tomba

22/2/2021

Visto che tra un mesetto arriverà, finalmente, la primavera, oggi, per la nostra rubrica Arte, vi parlo di un famosissimo dipinto che porta proprio il nome della stagione dai mille volti: la Primavera del Botticelli.

 

Ormai, se avete letto qualche mio articolo, vi sarete accorti che amo particolarmente occuparmi di queste tematiche; ebbene, il Maestro Botticelli è nientemeno che il mio pittore preferito dell’epoca rinascimentale, pertanto, dopo l’articolo La Nascita di Venere del Botticelli: il sublime atto di una storia tutta italiana, eccomi a cercare di raccontarvi in breve ciò che si nasconde dietro questa celebre tela. 

 

Dipinta tra il 1478 e il 1482, questa tela dalle notevoli dimensioni (207 x 319 cm), oggi vanto per la Galleria degli Uffizi dove è conservata, è stata originariamente pensata per decorare la villa medicea di Castello. Come vi avevo già spiegato nell’articolo sopracitato, storicamente la Primavera viene associata a La Nascita di Venere sia per le notevoli dimensioni, sia per gli anni di realizzazione – le due opere più famose del Botticelli sono state, infatti, eseguite perlopiù durante gli anni ottanta del Quindicesimo secolo.

 

I soggetti e la loro lettura

 

Il Maestro, nella sua raffigurazione della stagione primaverile, ci porta dinnanzi a nove soggetti, disposti con meticolosità sulla tela affinché il complesso risulti armonioso ed equilibrato, quasi perfettamente simmetrico attorno al perno centrale del dipinto, il punto focale sul quale il nostro sguardo si posa al primo impatto: la donna posta al centro, avvolta da un drappo rosso e verde.

 

Sullo sfondo, l’ambiente e i colori utilizzati ci donano un’immagine bucolica, perfettamente in armonia con ciò che l’artista intendeva raffigurare: un boschetto che offre riparo dai raggi del sole, un cielo azzurro e limpido tipicamente primaverile e un prato ricco di fiori. Pensate un po’ quanto capace e attento ai dettagli fosse Botticelli: se osserviamo bene la tela da vicino, possiamo scorgere moltissime varietà di fiori rappresentati, tra i quali ci sono i fiordaliso, i gelsomini, gli iris, i ranuncoli, i papaveri, le margherite, le viole e molti altri.

 

Secondo la teoria, consolidatasi negli anni fino a diventare verità, il boschetto di aranci che ospita l’intera scena rappresenta il giardino delle Esperidi, le figure mitologiche deputate alla custodia del giardino dei pomi d’oro della dea Era. La lettura del dipinto va effettuata a partire da destra, sebbene, trovandovisi di fronte, venga spontaneo “leggere” l’opera partendo da sinistra.

 

Qui troviamo Zefiro, il tipico vento primaverile di nord-ovest, intento a rapire la ninfa Clori perché innamorato di lei. Subito dopo, ritroviamo la stessa fanciulla incinta e rinata in Flora, la vera e propria personificazione della Primavera. Questo lo possiamo cogliere dalle vesti che l’Artista le dipinge addosso, cosparse da una moltitudine di fiori, e dall’atto che la stessa compie: lo spargimento delle infiorescenze che tiene tra le braccia. Proseguendo nella lettura, arriviamo finalmente alla figura centrale, la donna attorno alla quale tutto ruota, che altri non può essere che lei, Venere, simbolo neoplatonico dell’amore più puro ed elevato, circondata da un’armonica cornice di arbusti e intenta a “dirigere” gli eventi.

 

Del suo entourage fanno parte i restanti personaggi, a partire dal figlio Cupido, che sorvola il boschetto, fino alle tra Grazie, vestite solamente con leggerissimi veli. A chiudere questa parata c’è Mercurio – che riconosciamo grazie ai tipici calzari alati – , intento a scacciare le nubi che minacciano questa primavera perpetua.

 

L’interpretazione

 

Ma veniamo ora alla parte che, come ormai saprete, mi piace di più: l’interpretazione del dipinto. Come accade per ogni opera risalente ad epoche molto lontane nel tempo, vi sono più livelli di lettura che possono essere dati. Oltre all’appurato livello strettamente mitologico, legato ai personaggi che l’artista raffigura, vi sono altri due più controversi e dibattuti, proprio perché non strettamente oggettivi. Il primo è legato alla famiglia committente dell’opera, i De’ Medici. Secondo questa interpretazione, ogni personaggio raffigurato rappresenterebbe, in realtà, un individuo fiorentino noto all’epoca, in una sorta di omaggio e celebrazione di costoro.

 

Il secondo livello, a mio avviso molto più interessante e profondo, è legato alla filosofia dominante il pensiero dell’epoca, quella dell’Accademia neoplatonica (ricordo che il Botticelli stesso aveva rapporti con i frequentati del circolo in questione). Sicuramente, la scelta di raffigurare un mito così antico e pregno di significato, porta con sé il peso di voler trasmettere agli spettatori le più alte verità morali. Anche per questo livello di lettura, però, le conclusioni degli studiosi emerse negli anni sono molteplici. La prima, risalente al 1893, lega la Primavera a un distico del Poliziano, ricco di rimandi alla letteratura antica: in quest’ottica, la tela sarebbe quindi il proseguo de La Nascita di Venere, ritraendo la Dea nel momento in cui arriva al suo regno.

 

Secondo le teorie più accreditate, invece, il significato dei personaggi che ci vengono presentati è il seguente: il trittico formato da Zefiro, Clori e Flora (la dea della fioritura e, in senso lato, della giovinezza, della fertilità) rappresenta l’amore sensuale e irrazionale, che tuttavia è fonte e motore di vita inesauribile; grazie alla presenza di Venere e Cupido, poi, simboli per eccellenza dell’amore sublime, questo sentimento impetuoso si trasforma in un qualcosa di etereo e perfetto, simboleggiato dalle Grazie (tradizionalmente simbolo di liberalità).

 

Non sazio di tutti i riferimenti mitologici inseriti nella sua Opera, il Botticelli trasse ispirazione anche dalla letteratura classica, in particolare da Ovidio e Lucrezio, nel rappresentare la metamorfosi di Clori nella dea Flora. Sebbene l’intera composizione sia centrata sulla tematica della primavera, il punto centrale del dipinto resta comunque Venere, probabilmente perché forte l’influenza del pensiero neoplatonico. Secondo tali ideologie, infatti, i soggetti raffigurati assumerebbero i seguenti significati:

Venere: humanitas, il più alto livello di spiritualità dell'uomo

Tre Grazie: modo in cui l’humanitas trova espressione

Mercurio: la ragione, la guida che impedisce all’uomo di soccombere alle passioni

Zefiro-Clori-Flora: la primavera, che simboleggia non tanto la stagione in sé, quanto il suo potere rigenerativo, il suo ciclico tornare a far fiorire la natura e, in senso figurato, la vita.

 

Su questo punto ci sarebbero molte altre cose da approfondire, tuttavia spesso sono collegate ad altri argomenti classici che, da soli, occuperebbero pagine e pagine.

 

Il mio racconto di questa meravigliosa opera, quindi, finisce qui. È vero che non vi ho spiegato lo stile e la tecnica usata dal Maestro, ma quello che mi premeva farvi arrivare è la magia che si impossessa dello spettatore ogniqualvolta si trovi dinnanzi a queste tele. Siete mai stati alla Galleria degli Uffizi? Avete mai visto questa meraviglia da vicino?