La storia del Palazzo Reale di Napoli, fulcro del potere monarchico

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di Giovanni Soriente

2/9/2020

Il Palazzo Reale di Napoli è una prodigiosa opera compiuta per celebrare un evento che non avrebbe mai avuto luogo. È così che si potrebbero spiegare, in poche parole, le ragioni che condussero alla sua realizzazione, ma sarebbe davvero ingeneroso limitarsi a questo.

 

La storia

 

La sua costruzione avvenne per volontà del viceré Fernando Ruiz de Castro, conte di Lemos, in onore del re di Spagna Filippo III d’Asburgo che presto sarebbe venuto in visita a Napoli, circostanza che non si verificò mai. Domenico Fontana, ingegnere maggiore del regno, considerato in quel periodo il più prestigioso architetto che il mondo occidentale conoscesse, ebbe il compito di ideare e realizzare il progetto. Fu deciso di costruire il Palazzo a ridosso della collina di Pizzofalcone, sul terreno occupato dai giardini del preesistente Palazzo vicereale. Tale posizione era fortemente strategica sia per la sua vicinanza al mare e al Maschio Angioino, comode vie di fuga in caso di emergenza, sia perché, vista l’espansione della città verso occidente, l’esistenza di un tale edificio avrebbe comportato il considerevole aumento del valore dei terreni circostanti. I lavori ebbero inizio già nel 1600, ma il disegno definitivo del progetto fu pubblicato solamente nel 1604 con il titolo “Dichiarazione del Nuovo Regio Palagio”, che ne denotava uno stile tardo rinascimentale: in effetti, secondo l’idea del suo autore, l’edificio doveva ostentare eleganza e magnificenza, avulsa da qualsiasi somiglianza a una comune costruzione militare. Fontana ne fu così entusiasta che su due colonne della facciata fece incidere la scritta: «Domenicus Fontana Patricius Romanus Eques Auratus comes palatinus inventor».

 

Nel 1607 Giulio Cesare Fontana successe al padre nella costruzione del Palazzo dopo la sua morte, ma temette di non poter mai portare a termine il lavoro a causa dell’inerzia del nuovo viceré Juan Alonso Pimentel de Herrera, stasi forse dovuta alle grandi difficoltà economiche che la Spagna stava affrontando in quel momento, o forse perché il viceré era riluttante a veder realizzata un’opera iniziata dai Lemos. Tuttavia, a partire dal 1610, con la nomina di Pedro Fernandéz de Castro, l’edificazione proseguì con molta rapidità e nel 1616, secondo quanto riportato da alcune fonti, la parte esterna del Palazzo era quasi del tutto ultimata, ma mancava ancora il completamento delle sale interne. Nel 1644 l’architetto Francesco Antonio Picchiatti preparò i bandi per la decorazione della Cappella Reale e nel 1651 vennero avviati i lavori di costruzione dello Scalone d’Onore e dei giardini pensili con il Belvedere sul mare.

 

Quando Carlo di Borbone conquistò Napoli nel 1734, utilizzò il Palazzo come residenza reale del nuovo regno e diede avvio a importanti lavori di riparazione e ampliamento attraverso la costruzione di nuove abitazioni, quali l'Appartamento del Maggiordomo, che affaccia sul mare, e l’Appartamento per i Reali Principi, prospiciente il Vesuvio; in seguito, gli artisti Francesco de Mura e Antonio Vaccaro si dedicarono al restauro delle decorazioni marmoree e pittoriche seguendo lo stile barocco. In occasione delle nozze di Ferdinando I re delle Due Sicilie, furono poi realizzati la Gran Scala e il Teatrino di Corte. 

 

L’incendio avvenuto nel 1837 indusse Ferdinando II ad effettuare ulteriori lavori di ampliamento avvalendosi della collaborazione di Gaetano Genovese, il quale si lasciò influenzare dalla corrente artistica dell’epoca: il neoclassicismo. Venne così abbattuto il Palazzo Vicereale – dove fu poi costruita la piazza Trieste e Trento – e una parte dei suoi giardini venne sostituita da un nuovo corpo di fabbrica che successivamente avrebbe ospitato la Biblioteca nazionale. Nel 1858 il Palazzo Reale di Napoli fu finalmente completato.

 

Da questo momento in poi, le sorti del Palazzo furono condizionate dalle vicende storiche che colpirono Napoli e il resto del Sud della penisola. A seguito dell’Unità d’Italia, infatti, divenne la residenza dei Savoia e nel 1869 vi nacque Vittorio Emanuele III che, cinquant’anni dopo, avrebbe ceduto l’edificio al Demanio dello Stato. Gli appartamenti reali vennero aperti al pubblico a scopo museale e la Biblioteca nazionale, aperta nel 1923, con oltre due milioni di testi divenne uno dei poli culturali più importanti a livello mondiale. Verso la fine del secolo, il Palazzo vide un ulteriore cambiamento: nel 1888, sulla facciata principale che si apre su Piazza Plebiscito furono aperte delle nicchie dove vennero poste le statue dei principali regnanti di Napoli.

 

Durante la Seconda Guerra Mondiale il Palazzo subì numerosi danni: tra le esplosioni che danneggiarono il Teatrino – restaurato poi nel 2010 – e una parte del soffitto, le razzie di varie opere e la distruzione di numerose decorazioni, soltanto il mobilio rimase intatto, precedentemente spostato in luoghi sicuri. Tra il 1950 e il 1954 furono effettuati i restauri che consentirono di recuperare molte opere pittoriche, alcune delle quali interamente rinnovellate, e vennero ricostruite diverse decorazioni interne alle stanze. 

 

Dopo essere stato per quasi un secolo la sede della regione Campania, a partire dal 1994 il Palazzo ha smesso di svolgere tale funzione. Tra le varie strutture presenti al suo interno, quella che merita sicuramente menzione è l’appartamento storico, che una volta Montesquieu, recandosi in visita a Napoli, definì come il più bello d’Europa. Vi si accede tramite lo Scalane d’Onore e comprende: il Teatrino di Corte, la Sala del Trono, la Sala di Mariacristina di Savoia e la Cappella Reale.

 

Secondo le fonti, Fontana si rammaricava di aver perduto le bozze con le quali aveva iniziato la costruzione dell’opera e che riportavano la sua idea originaria. Probabilmente queste indicavano delle sensibili differenze rispetto al progetto che venne poi ufficializzato, tuttavia alcune osservazioni vanno fatte. Tali discrepanze non hanno tolto di certo fascino al lavoro realizzato. Inoltre, nonostante nel corso dei due secoli numerosi architetti avessero partecipato al completamento del suo progetto, nessuno di questi si discostò mai dall’idea del suo artefice.