Apollo e Dafne: la scultura del Bernini che racconta le pene dell'amore

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di Monica Petronzi

16/1/2021

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Oggi in esposizione alla Galleria Borghese di Roma, la statua in marmo del Bernini che raffigura il mito di Apollo e Dafne e che lo scultore realizza fra il 1622 e il 1625.

 

Si tratta dell'ultima delle commissioni realizzate per il cardinale Scipione Caffarelli Borghese e nonostante la complessità e l'innovativo modo di lavorare il marmo, che con questa statua il Bernini introduce nel mondo della scultura, i tre anni per la sua realizzazione sono dovuti al fatto che, pochi mesi dopo avere cominciato i lavori, la statua fu accantonata per dare precedenza alla realizzazione del David.

 

Una volta Finita la statua di Apollo e Dafne, alta 243 centimetri, si presenta così: i due protagonisti poggiano su un piedistallo in marmo decorato con una targa che riporta il monito “colui che ama e insegue i gaudi della bellezza fugace, colma la mano di fronde e coglie amare bacche”.

 

L'interpretazione del mito di Ovidio da parte del Bernini trova subito un largo consenso che con il passare del tempo si consolida e cresce, se ne loda sia la tecnica di lavorazione del marmo che la capacità di sintesi dell'intera vicenda. Infatti in Apollo è possibile ammirare, nel dettaglio, la tensione muscolare data dall'affaticamento della corsa e dalla volontà di afferrare la ninfa. Il tutto è realizzato con una morbidezza che nella statuaria marmorea non si era mai vista.

 

I dettagli della trasformazione di Dafne sono altrettanto curati e conservano la medesima delicatezza. Il momento scelto dal Bernini è quello in cui la preghiera di Dafne viene accolta dal padre Peneo (il fiume di Tessaglia) e la trasformazione in pianta di alloro è già largamente visibile. Il drappo di Apollo rivela l'intensità dell'inseguimento e la difficoltà che incontra nel raggiungere la ninfa nonostante la sua natura divina. L'espressione di Dafne è quella di una creatura esausta ma consapevole della mutazione imminente e di essere riuscita a conservare la propria castità. La castità per Dafne è di vitale importanza, la ninfa delle montagne è una sacerdotessa della madre terra e desidera da sempre votare la sua esistenza al culto della madre. Quando Cupido, per vendicarsi dell'affronto subito da Apollo, scocca la freccia di piombo trafiggendo Dafne, la volontà della ninfa incontra il potere della freccia che respinge l'amore e in questo modo il desiderio di castità cresce in lei diventando l'unico motivo per il quale valga la pena vivere. Questa è anche la motivazione per la quale la preghiera che rivolge al padre Peneo è tanto dura nei confronti del proprio corpo: “Ti prego aiutami padre, distruggi mutando il mio corpo che purtroppo troppo piacque”.

 

Nel momento in cui il fiume accoglie il desiderio della figlia Dafne sente le gambe diventare pesanti e la sua corsa sfrenata si ferma. L'arresto improvviso illude il Dio di aver persuaso la ninfa con le sue parole ma proprio mentre tenta di cingerla nel suo abbraccio ecco che di Dafne non resta che alloro. Nell'espressione di Apollo c'è la consapevolezza di aver perso l'amore così come il dolore per aver compreso di non potersi liberare di quel sentimento che ha imprigionato il suo cuore che solo poco prima era libero da ogni peso.

 

Adesso Apollo capisce e vive sulla sua pelle le parole che Cupido gli sussurra prima di colpire il dio con la freccia d'oro dell'amore: “che io con queste frecce riesco a far cadere chiunque quando voglio”. Apollo accarezza i rami e le fronde che non conservano più nulla della morbida pelle di Dafne ma si narra che questo affetto permetta all'alloro di conservare le proprie foglie anche durante l'inverno. Al dio delle arti non resta che onorare il ricordo dell'amata rendendo l'alloro la pianta con la quale adornare il proprio capo e la propria cetra.