Antonio Canova, il maggiore esponente del neoclassicismo

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di Luca Atzori

17/2/2021

Se devo immaginare Antonio Canova, non mi appare come prima impressione il suo volto. Non era un volto famoso. Si era fatto due autoritratti importanti. Uno nel 1792 in cui si presentava come pittore, e l’altro del 1812 in una scultura. Nel primo appare il volto di un ragazzo simpatico, con uno sguardo fisso “in camera”, di quelli che ti osservano, e che in realtà sono i suoi occhi su di sé. Nell’altro, del 1812, appare un busto in stile romano, su cui appare lo stesso viso, ma non più simpatico come prima, quanto più comico. Almeno io, che ritengo sia una scultura meravigliosa, ci faccio anche dell’umorismo perché mi fa pensare a quanto il neoclassicismo fosse un’avanguardia ante litteram.

 

Quel volto di Canova sembra scolpito dentro un’idea moderna di classicismo, che quindi ne diventa anche in un certo qual modo la parodia. Ma questa è la grandezza del Neoclassicismo, a mio parere, seppure fuori dalle loro intenzioni (forse).

 

Nato a Possagno, nel trevigiano, nel 1757, da bambino perse il padre e fu quindi allevato dal nonno Pasino. L’educazione pare fu molto severa, e però bisogna dire che i risultati del nipote sono stati soddisfacenti.

 

Uno di questi, a mio parere, è Dedalo e Icaro del 1779. Un padre anziano che sta in equilibrio con il figlio al quale ha donato la felicità, ma questo mondo non è fatto per le persone felici, così le ali si sono bruciate. Dedalo che costruisce il labirinto e poi costruisce le ali. Un inventore contraddittorio, insieme al figlio, a cui donando la libertà condanna all’hybris. Canova ce lo ripropone con un grigio marmoreo in cui traspare, a differenza delle opere classiche, una malinconia. Un’interpretazione moderna, dunque adulta, sul mito.

 

Poi c’è l’opera famosa Amore e Psiche conclusa nel 1795. Un’opera che conclude un secolo e ne promette uno nuovo. Realizzata con un marmo bianco. Un’opera bellissima. L’attimo finale del mito in cui Psiche, dopo essere sprofondata negli inferi e aver aperto l’ampolla della dannazione, riceve un bacio da parte di Amore, mandato da Venere per far innamorare Psiche di un uomo orribile, ma raccolta e salvata dall’amore tautologico di suo figlio.

 

L’attimo che precede il bacio, quindi carico dell’azione che sintetizza tutto il mito, viene rappresentato con grande delicatezza e con ombre romantiche. John Keats dedicò un’ode a quest’opera nel 1819.

 

Un’altra opera rimasta celeberrima è Le tre grazie del 1817 che fu invece di ispirazione per il poeta italiano Ugo Foscolo. Un’opera secondo me molto rappresentante del neoclassico. Da cui traspare un mito sereno. L’unico inganno è la bellezza. Quella che Keats faceva corrispondere alla verità. Beauty is truth, truth is beauty.

 

Ed effettivamente si capisce perché Canova fosse di così grande ispirazione per i poeti. Era limpido. Riusciva a raccontare. Era, come argomentavo in precedenza, un moderno che assorbiva il classicismo per raccontarlo. E che nel raccontarlo lo cercava anche moralmente. Come uno dei primi sogni che dopo sono andati a precipitare nel kitsch novecentesco, nell’arte e nella politica.

 

Pare che quella morale resti eterna nelle opere di Canova. E che in questo consistesse la sua grandezza. Nel suo essere stato capace di restituire all’eterno il Classico, come qualcosa che resta per tutti, e che racconta solo sé stesso. Questa volta però il classicismo moderno, che si espone con lo slogan del neoclassicismo.

 

In effetti quelle storie continuiamo a ripeterle. Sempre nella stessa misura, e nel presagio che l’arte nel frattempo si sia dissolta. O semplicemente aspettiamo che quel Classicismo ritorni, in una nuova modernità.